• dialogo silenzioso


    Dando uno sguardo al panorama dei giovani artisti contemporanei, o presunti tali, si trovano spesso molti “artisti della domenica “; difficilmente si trova un fil- rouge che tocchi le opere, che lasci trasparire un pensiero coerente, un percorso. Arianna Vanini (1977), artista milanese, invece ha una sua poetica solida che la rende autrice delle sue opere, non vittima del caso. Le sue opere, soprattutto la “serie delle mappe” (nome del tutto arbitrario per raggruppare tutti quei lavori che si basano sulla geografia astronomica o politica) si posano su un pensiero concreto: un perfetto equilibrio tra spazio, materiale e percezione. Le sue sculture nascono nello spazio e si posizionano in esso, con assoluta eleganza, senza far alcun rumore. L’artista ha realizzato delle istallazioni site- specific, che il più delle volte portano alla luce una realtà non evidente o non percepibile da un occhio non attento. Tutto lo spazio, da quello orizzontale a quello verticale senza tralasciare anche quello sonoro, è esplorato; in questo modo è possibile una molteplicità di livelli di percezione. Il materiale, con cui sono realizzate le opere, è complice di questa operazione: crea una relazione tra il suo essere e ciò che è in potenza. Fiammiferi, sale, sapone e le tesserine del domino hanno tutti una possibilità di trasformazione e molteplicità di significati, intimamente connessi al risultato finale. Il materiale e lo spazio sono la conditio sine qua non che mette in atto il gioco più stimolante della percezione. “The domino-house” è un’istallazione composta da 600 tessere di alluminio. Rappresenta la pianta della casa in cui è cresciuta Arianna Vanini ; le fondamenta hanno un chiaro significato spirituale. Una serie di pezzi identici sono posizionati uno accanto all’altro, apparentemente indipendenti l’uno dall’altro; occupano il loro spazio autonomamente, immobili. Questa immobilità è precaria, non è definitiva, è quasi effimera, basta un piccolo soffio e le tesserine cadono rapidamente una dopo l’altra; tutto è cambiato, il potenziale con cui è nata l’opera si è sviluppato, si è compiuto.
    Attraverso il dialogo tra spazio e materia l’autrice propone la reinterpretazione di un codice, che vuole anche essere un autoritratto potenziale, non fine a se stesso. Guardando le sue opere, l’occhio viene sedotto dal gusto minimale che funge da tramite tra il pensiero dell’artista e gli spettatori; è presente la volontà di mettersi in una comunicazione diretta, ma silenziosa,non invadente, nella speranza di suggerire nuove aperture intime e personali.

    Stefania Galvan

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