• le prossimità scientifiche dell'arte
    arianna vanini/impermanence/16maggio-16maggio 2011/ciocca arte contemporanea/Milano



    “…qualsiasi fiume, non importa dove sia o quanto sia lungo, qualsiasi fiume, proprio qualsiasi fiume, prima di arrivare al mare fa una strada esattamente tre volte più lunga di quella che farebbe se andasse dritto, sbalorditivo, se ci pensi, ci mette tre volte tanto quello che sarebbe necessario, e tutto a furia di curve, appunto, solo con questo stratagemma delle curve, e non questo fiume o quello, ma tutti i fiumi, come se fosse una cosa obbligatoria, una regola uguale per tutti, che è una cosa da non credere, veramente, pazzesca, ma è quello che hanno scoperto studiando i fiumi, tutti i fiumi, hanno scoperto che non sono matti, che è la loro natura di fiumi che li obbliga a quel girovagare continuo, e persino esatto, tanto che tutti, dico tutti, navigano per una strada lunga tre volte il necessario, anzi, per essere esatti, tre volte virgola quattordici, giuro, il famoso pi greco, non ci volevo credere…” Alessandro Baricco, City, dialogo tra Shatzy e il piccolo Gould

    La scientificità può essere poetica? O poetico è il racconto che ne accompagna la struttura? Quali stadi della conoscenza attraversa un atteggiamento “scientifico”? Trattasi di una descrizione “definitiva”? No, tutto è in balia della transitorietà, di questo possiamo starne certi. Quello che oggi è scienza, costrutto, domani sarà empirismo. Prossimità.
    Per questo l’arte supera sempre la scienza in evoluzione e continuità.
    Il dato è una costante? Forse, ma in continuo mutamento. E come dato variabile, e spesso instabile, c’è bisogno di potersi avvicinare a esso attraverso una modalità vicina al suo effettivo valore mantenendo, per evitare traumi, un margine di errore, di imprevisto: qualcosa di non definitivo per cui siano autorizzati controlli o giustificate una serie di problematicità.
    Eppure il dato rassicura, la sua conoscenza è il ventre tenero in cui rifugiarsi durante le mareggiate. Le strutture che ci presenta Arianna Vanini attraversano la scivolosità della rappresentazione e l’instabilità della scientificità. Sono realizzate attraverso materiali quotidiani, dai fiammiferi al sale: si possono empaticamente sentire, in qualche modo, “vicine” alla vita umana. Eppure non rassicurano. Sono esseri fragili, composti dalla stessa materia del mondo, precari.
    I codici di messa in scena dell’opera sono quelli utilizzati per una mappatura terrestre o astrale: eppure, anche in questo caso, la “scrittura” del territorio è una pratica fallimentare, destinata a rimanere perennemente irrisolta, a variare irrimediabilmente nel tempo.
    C’è nell’uomo però, l’intrinseca necessità ad aggrapparsi a qualsiasi certezza che attraversi un arco temporale vagamente più lungo della media della sua vita, a dati che a causa della loro longevità, rispetto al ciclo dell’esistenza umana, in qualche modo rassicurino.
    Le mappature di Arianna Vanini sono le trascrizioni di un universo dal corso accelerato; una frazione di un nostro secondo in rapporto a milioni di anni, l’esistenza dell’uomo su un pianeta così come lo conosciamo e come possiamo vederlo per questi pochi istanti che sono i nostri giorni rapportati all’eternità.
    “Potential Self-Portrait” indaga, nella sua costituzione labile di volta celeste ricreata attraverso l’ausilio di centinaia di fiammiferi, il mistero di un tempo “altro” in grado di raccontare universalmente la condizione di un’esistenza. Nessun uomo nasce sotto le stesse stelle e la condizione del proprio cielo, è potenzialmente la trascrizione del proprio sé, lontano e soggetto ai reverse continui del firmamento e delle stelle che cadono, si spengono, perdono luminosità…










  • Lo spazio della creazione in questo caso si muove sui binari della geografia astronomica e fisica, sul connubio che può derivare da un’arte che scelga di rappresentare poeticamente il “disordine” scientifico dell’universo conosciuto.
    Le installazioni che presenta l’artista hanno lo stesso carattere effimero del mondo, in continuo mutamento, dove mentre qualcosa emerge il resto scompare. Sono raffigurazioni tecniche come lo sono le cartografie vere e proprie, ovvero rappresentazioni di un concetto che non intercede per nulla con la realtà effettiva, come insegnato da Magritte in tempi non sospetti.
    Tutti i territori che abitiamo sono instabili, vivi, soggetti a modificazioni, esattamente come quelli che non riusciamo a vivere in prima persona e che ci accompagnano con le loro immagini rubate alla e dalla fantascienza; i pianeti della nostra galassia emanano onde sonore che riverberano nel cosmo senza che l’orecchio umano possa recepirle: vi sono infinite variazioni del mondo e della sua costituzione che non ci è dato immaginare: “80 AU” è il materiale sonoro dello sconosciuto, plasmato come una scultura in grado di ridefinire un pensiero che può trovare ascolto solamente attraverso i sogni o in onde aliene: modifica uno spazio, trasla le percezioni di un universo che in fondo non conosciamo così come, metaforicamente simili a un infinito respiro, mentre viviamo la nostra brevissima vita, le onde del mare plasmano impercettibilmente il disegno delle terre emerse, la crosta terrestre si modifica, si contamina non solo di problematiche umane ma di possibilità che l’ambiente dona a sé stesso, in un mutante processo senza interruzioni.
    Le mappe geografiche sono il compendio instabile e precario di un sistema (im)perfetto, il cosmo, a cui è stata attribuita un’immensa poesia, dove il silenzio ha garantito la meraviglia, la vita dell’immaginario e la nascita di una serie infinita di immagini dell’arte e di una leggerezza che, secondo le parole raccolte nelle Lezioni Americane di Italo Calvino, era incarnata da una serie di figure in grado di sottrarsi dall’opacità e dalla pesantezza del mondo, primo tra tutti Perseo, icona che sui suoi sandali alati sconfigge l’orrore scuro della Gorgone accollandosene però il peso, portando sempre con sé la testa della Medusa: le geografie di Vanini appartengono alla levità di un gesto in grado di eliminare l’ingombro dello sterminato, di riportare ordine tra l’infinito e di renderlo “praticabile” da un pensiero visivo.
    Si tratta di convertire codici e materiali in base a una poesia traspirata da processi matematici, che possano rivelare un’attinenza con l’impossibile tramite l’uso di una scala di valori che nel reale ha dimensioni che non trovano proporzioni nella percezione dell’uomo. Ridimensionare l’infinito per poterlo porre al cospetto dello sguardo.
    La chiave di lettura più emblematica del percorso messo in scena in “Impermanence” dall’artista viene chiarito da “Il lato attivo dell’infinito”, un codice linguistico ottenuto mediante lo spostamento dell’alfabeto numerico occidentale riportato a grafite, come un’arcaica incisione, sul muro. Da zero a nove, traslando e ribaltando la staticità dei numeri, la matematica diviene il linguaggio che racconta di un doppio: le parole di Sintassi/ Altra sintassi di Carlos Castaneda sono riscritte “disegnando” lo stesso messaggio poetico. Esiste un’accezione linguistica in grado di mettere in fila, dall’origine alla fine, come accade nella vita e come è determinato dalla percezione comune, un episodio specifico, e vi è invece una sintassi che non funziona linearmente, spezzando eventi e decretando termini, ma nutrendosi di un costante e infinito passaggio che non allontana nulla ma che tutto riunisce sottoforma di interferenze, variazioni, collegamenti a gradi di “intensità”.










  • L’universo di “Impermance” si muove verso una visione intima di ciò che è sterminato, che rimane invisto o inudito quando l’ausilio di “conoscenza” è il semplice corpo umano. Ecco l’altra sintassi in grado di portare la luce della visione in ciò che è impossibile scorgere per la sua natura di immenso, di non parcellizzabile.
    Bright Vibration ricostruisce le linee delle salinità marine attraverso l’elemento primario e più nascosto a una visione superficie del mare ma che più lo caratterizza, il sale appunto. Minerale universale che ha raccolto nei secoli superstizioni e fortune, intriso fisicamente del suo stesso essere farmakon, rimedio e veleno, in questo caso è l’elemento che costituisce una labile geografia in “negativo”, dove le terre emerse sono riconoscibili per sottrazione.
    Un oceano che in un nonnulla può sparire, allentarsi, distruggersi.
    Cosa succederebbe se togliessimo una stella dalla mappatura della via Lattea? Cosa cambierebbe se, dentro un grafico illustrante le profondità degli abissi aggiungessimo una fossa o una secca? Nel nostro ridotto dasein proprio nulla; un gioco da bambini che rivela la potenza dell’immaginario nel ricreare a proprio piacimento il mondo a partire da un’idea conosciuta.
    È ciò che potrebbe accadere nelle opere di Vanini, soglie tra due mondi che indagati sotto una prospettiva comune anziché respingersi si amalgamo in un intreccio immaginifico.
    “Gli artisti anticipano gesti scientifici, i gesti scientifici provocano sempre gesti artistici” scriveva Lucio Fontana nel Primo Manifesto Spazialista come a dimostrare, forse definitivamente, che la necessità di sognare, per non dire di volare, ha fatto si che nell’uomo si costituisse un pensiero in grado di strutturarsi per mettere in atto questa possibilità.

    MATTEO BERGAMINI

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